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Dal Manifesto - Ezio Menzione sulle sentenze d'appello di Genova PDF Stampa E-mail
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martedì 25 maggio 2010
Le sentenze di Genova sul G8

Le tre sentenze d’appello di Genova sul G8

di Ezio Menzione


 

25 condannati su 26 imputati per la “macelleria cilena”, come fu definita, da uno degli stessi imputati, quella tragica notte nella scuola Diaz, quando la polizia, apparentemente senza alcun motivo, assaltò l’edificio in cui stavano ormai dormendo cento esausti manifestanti, dopo due drammatiche giornate in cui avevano dovuto subire violenze e arresti per le vie di Genova. E assaltò anche l’edificio di fronte, la scuola Pascoli, dove avevano sede le associazioni che organizzarono il Genoa Social Forum.


Siamo alla terza sentenza importante emessa dalla Corte d’Appello di Genova per ciò che accadde attorno al G8 genovese alla fine del luglio 2001 ed essa ha portato alla condanna con pene significative (anche se “mangiate” dall’indulto o dalla prescrizione) non solo dell’ispettore Canterini e dei suoi “boys” della squadra speciale che fece materialmente l’irruzione (già condannati in primo grado), ma anche di tutti gli altri imputati (meno uno), compresi – praticamente il primo caso in Italia – i gradi intermedi della filiera di comando dell’operazione e di tutti coloro che si dettero d’attorno per firmare arresti ingiustificati e quindi falsi o si inventarono di sana pianta alcuni fatti come attribuire agli ignari manifestanti all’interno dell’edificio il possesso di tre bottiglie molotov o l’aggressione con un coltello ad un agente. Insomma, la linea di difesa dei poliziotti è stata del tutto sbugiardata e le loro responsabilità sono state pienamente riconosciute.


Sono passati 9 anni da quando gli “8 grandi” si riunirono a Genova nei loro palazzi blindati, mentre centinaia di migliaia di manifestanti si riunivano per contestare sia la loro titolarità a prendere decisioni per l’intera umanità che le linee stesse di tali scelte. Fu, in pratica, l’ultimo G8. Da allora – grazie anche a quella contestazione – risultò chiaro quanto meno che così pochi non potevano decidere per tutti. Nel corso di questi 9 anni il numero di convitati a simili simposi si è andato allargando e oggi nessuno potrebbe pensare di decidere qualcosa senza Cina o India o Brasile e altri ancora. Lo slogan di allora, “Voi 8, noi tre miliardi”, evidentemente coglieva nel segno. Così come coglieva nel segno l’analisi di allora, quella fatta a caldo: a Genova in quei giorni si era sospeso ogni diritto individuale e collettivo, la democrazia in quel luogo, in quei momenti era stata annullata e calpestata. Aggiungiamo che, fortunatamente, dopo di allora ciò non è più accaduto e anche questo, forse, in parte almeno, è il risultato positivo delle denunce di allora. Tanto più positivo perché questi 9 anni, invece, sono stati caratterizzati dall’erosione della nostra democrazia. Ma erosione non è uguale ad azzeramento.


I fatti di allora sono ormai cristallizzati in 6 sentenze di merito (tre di primo e tre di secondo grado) che riguardano il comportamento in piazza dei manifestanti (più esattamente di 25 manifestanti), l’assalto della polizia alla scuola Diaz e le violenze su cittadini inermi detenuti a Bolzaneto. La ricostruzione operata da queste sentenze ben difficilmente potrà essere grandemente modificata in futuro dal punto di vista giudiziario. Chi andrà in Cassazione, siano manifestanti o poliziotti, potrà ottenere l’annullamento di una sentenza o di parte di essa per motivi di diritto, ma la ricostruzione quella è e quella rimarrà.


Ma questa ricostruzione storico-giudiziaria corrisponde a ciò che tutti ricordiamo che accadde in quei drammatici giorni? A me pare di sì, almeno a grandi linee. Vediamola un po’ più da vicino.


 

I presunti black block e i fatti di strada: per quanto riguarda i manifestanti (teniamo presente che i processati erano 25 rispetto a centinaia di migliaia) corrisponde al vero che alcuni si lasciarono andare ad atti gratuiti di vandalismo, come succede in molte occasioni, ma in forma più grave. Così come corrisponde al vero che la reazione talora violenta dei manifestanti fu scatenata dal comportamento illegittimo e gratuitamente violento delle forze dell’ordine. Infatti proprio per questo motivo solo alcuni dei 25 sono stati pesantemente condannati, mentre altri, per altri episodi, sono stati assolti. Le tante sentenze sui cosiddetti “fatti di strada” – in genere rubricati sotto “resistenza” – in cui prevalgono nettamente le assoluzioni dei presunti manifestanti aggressori, attestano ulteriormente degli arbitrii e degli arresti pretestuosi compiuti dalle forze dell’ordine.



Bolzaneto: la responsabilità di molte delle forze che avevano in mano la caserma (si tratta di appartenenti a diversi corpi) è stata riconosciuta e sanzionata. Lo stesso vale per quanto riguarda la Diaz. E in ambedue i casi non è stata condannata solo la bassa manovalanza, ma anche i responsabili sul campo. Le condanne non sono state moltissime anche perché la polizia ha sempre boicottato le indagini dei magistrati. Purtuttavia siamo di fronte a una novità del tutto inedita rispetto all’abitudine dell’insabbiamento in casi simili, soprattutto per i gradi alti. Senza volere fare analogie, ma pensiamo che l’indignazione attorno al caso Cucchi ci sarebbe stata se il processo di Bolzaneto non avesse svelato ciò che può accadere quando si è in mano a chi dovrebbe custodirci?


La scuola Diaz: la ricostruzione è stata più complessa perché risultava incomprensibile l’intero episodio. Oggi l’ultima sentenza ci ha detto che l’ordine della mattanza ci fu; i gradi intermedi sapevano ciò che sarebbe accaduto e lo vollero, per “recuperare” quella che loro consideravano la debolezza dimostrata “sul campo” nei due giorni precedenti; e che altri cercarono di occultare le responsabilità.


Non siamo molto lontani da come le cose effettivamente andarono, per il bene (poco) e per il male (moltissimo). Si può dunque essere moderatamente soddisfatti di questo faticosissimo cammino giudiziario. Finora, in genere, in altri casi tutto rimaneva avvolto nella nebbia più profonda. Qua l’abbiamo diradata: a sprazzi e solo in parte, ma le linee accertate sono chiare.


Eppure, ci rimane un senso di insoddisfazione, anche di fronte ad una magistratura che si è espressa ricostruendo almeno parte della verità sui fatti di allora.


Il tempo: il primo motivo di insoddisfazione salta agli occhi: 9 anni sono davvero troppi. Chi si straccia quotidianamente le vesti per la durata dei processi e trova così la scusa per ridurre le garanzie del cittadino imputato dovrebbe riflettere su questa durata record.


I responsabili in alto loco: secondo motivo: non si è indagato sulle responsabilità apicali. Fatti così gravi come la Diaz, Bolzaneto e la tenuta dell’ordine (si fa per dire) in piazza durante il G8 non avvengono senza coinvolgere ora per ora, minuto per minuto chi aveva in mano il potere di indirizzo generale (i ministri competenti, soprattutto Fini, Scajola e Castelli: tutti e tre presenti a Genova in quei giorni e le direzioni ad essi afferenti). Tanto ciò è vero che vi è il forte sospetto che quei vertici, ancora molti anni dopo, abbiano tentato di manipolare i processi genovesi.


Le pene. Duri con gli uni e morbidi con gli altri: stride che nessuno del fronte dell’ordine andrà mai in carcere per ciò che ha fatto (del resto, questo era lo scopo dell’indulto del 2006: creare un paracadute per i poliziotti di Genova), mentre una decina di manifestanti sono stati condannati a pene che di solito si comminano solo per omicidio, mentre, pur ammettendone la responsabilità, non poteva non riconoscersi che si trattava di aggressione a beni materiali e mai a persone e dunque dovevano essere trattati con maggiore equanimità. Oggi, alcuni giovani andranno in galera per molti anni, mentre i rappresentanti delle forze dell’ordine condannati sono ai vertici dei rispettivi corpi di appartenenza e non faranno un giorno in carcere.


Le promozioni: in Italia, si sa, nessuno paga fra i governanti, ma questi hanno fatto una carriera folgorante. Certo, è il segno che questo manipolo di uomini poteva e può – come si dice volgarmente – “tenere per le palle” i propri superiori ed il loro silenzio andava retribuito.


Magistratura e politica: in genere, colpisce come a fronte di una magistratura che faticosamente ma onestamente si è espressa, il mondo della politica (tutto, ricordiamoci le titubanze della sinistra sull’istituzione di una commissione di inchiesta, che infatti non c’è mai stata) ha fatto quadrato attorno ai responsabili delle nefandezze. Ricordiamo che il massimo responsabile di tutto ciò che è accaduto a Genova in quei giorni, l’allora capo della polizia e oggi capo dei servizi segreti De Gennaro è rimasto sempre al suo posto, sia coi governi di destra che con quelli di sinistra. Evidentemente, tanto per usare il termine adoprato sopra, “tiene per le palle” tutti i politici.


Il punto più dolente: nulla è stato chiarito circa la morte di Carlo Giuliani. Non è un caso che si è trattato dell’unico episodio (il più grave) su cui non si è fatto il processo. In questo caso, certamente, vi sono state responsabilità anche della magistratura genovese. Il non avere celebrato un processo sull’assassinio di Carlo costituirà sempre un limite, un vulnus per chi, anche storicamente, vorrà ricostruire quei drammatici giorni genovesi.



Ultimo aggiornamento ( martedì 25 maggio 2010 )
 
alias del 3/4/2010 - Augusto Frezza - Tra l'asilo e la caserma PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
giovedì 08 aprile 2010

Qualcosa in me cambia il giorno dei funerali di stato per i nostri 309 morti. Prima, fino a quel giorno, ci eravamo quasi sentiti dei miracolati: a Villa Sant'Angelo, un paese distante pochi chilometri dall'Aquila, dov'ero finito con la mia compagna, c'era la protezione civile dell’Emilia Romagna e il campo che avevano messo su era ben organizzato: buon cibo, bagni puliti, docce con acqua calda.. e in tenda è una ficata: la terra continua a tremare ma ti senti al sicuro, protetto. Ciò nonostante l'insofferenza cresce, col passare dei giorni e alcune cose cominciano ad andarmi di traverso. Ma è il giorno dei funerali che mi allontano, definitivamente, da quella sensazione di beneficiato dagli eroi che arrivano da tutta Italia, in polo blu, come il loro onnipresente capo: ci sono le esequie di stato, le autorità permetteranno l’accesso alla caserma massimo a tre familiari per vittima, ci dicono. E' il primo smacco per gli aquilani che avrebbero voluto portare l’estremo saluto a parenti, amici, conoscenti e concittadini. Non vado in quell’oceano di dolore. Aspetto le salme a Villa. Dopo tre ore, la diciottesima salma ancora non arriva. Nell’enorme caos organizzato dalla Protezione Civile per dei funerali trasformati in show, invece che a Villa S. Angelo, il cassamortaro si è diretto a Città S. Angelo, vicino Pescara, a cento chilometri da qui.

Il vento è freddo. Passano pochi giorni e arriva la novità del tesserino. Da tenere bene in mostra all’ingresso al campo. Non ce la faccio ad esibirlo, ogni volta che entro mi invento una scenetta. Come me fanno tutti, difficile abituarsi alla nuova vita, figuariamoci anche a questo tipo di controllo continuo. Vorremmo solo ritrovare un po' di normalità. Le regole cambiano di ora in ora, non fai in tempo a impararne alcune che già ce ne sono decine di altre. Ancora pochi giorni e si passa al tesserino con foto. Ma nemmeno con questo puoi muoverti liberamente;:controlli ovunque, camionette, pattuglie, militari con pistola bene in vista con quel vezzoso modo di portarla piuttosto calata sul pantalone e il laccetto a tenerla. Scene di guerra a cui ti abitui lentamente, e questa èp la cosa peggiore. Quelli che non ci stanno alzano la voce ma il mantra della sicurezza è iniziato a penetrare nelle menti fiaccate dallo stress e dal dolore. E’ per gli sciacalli, ti dicono candidi, ma quali sciacalli? In tutti quei giorni vengono sorpresi due, due tizi a rubare un po’ di rame! Solo molti mesi dopo gli aquilani cominceranno a capire che gli sciacalli, quelli veri, stavano già ricostruendo la nostra città. Purtroppo invece non si sentono tali coloro che hanno innalzato i prezzi delle case in affitto a livelli mai raggiunti prima.

All'inizio siamo in pochi a sentire che la nostra città è diventata un’enorme caserma. Ma poi, man mano che i divieti si moltiplicano, comincia a montare la rabbia. E qualcuno addirittura abbozza una qualche forma di resistenza: volantini, iniziative, film, manifestazioni. Ci proviamo, ma entrare nei campi per volantinare o pubblicizzare le iniziative è quasi sempre vietato. I mesi nelle tendopoli se ne vanno così: a litigare con i capi campo per ottenere ciò che per gli altri cittadini italiani è normale, niente più che elementari diritti. Personalmente, porto avanti la mia opera di disobbedienza: fino all’ultimo dei giorni trascorsi al campo mi rifiuto persino di farmi la foto. Me lo posso permettere, però, perché sapendo che sono un avvocato non insistono. Eppure attorno a me ne vedo di ogni colore: grottesco, per esempio, quel che accade alla Claudia, italovenezuelana e originaria proprio di Villa, amica di infanzia del sindaco. Qui tutti la conoscono ma una sera all'ingresso della tendopoli non la fanno entrare, non ha il tesserino, batti e ribatti non sentono ragioni. Alza la voce, è tardi, si avvicina qualche paesano che costringe il capocampo alla resa. Due ore per riuscire a rientrare nella sua tenda e andare a dormire e, il giorno dopo, doversi pure sentire il suo amico sindaco giustificare le ragioni di certi incomprensibili atteggiamenti.

Le cose però peggiorano quando si avvicina il G8: nei campi vengono vietati il caffè e la cioccolata. Rischio nervi tesi, dicono. Sono piccoli odiosi atti che non sono né annunciati nè discussi né spiegati. La possibilità per addetti della Protezione civile di poter emanare direttive, ordinanze e circolari, è totale. Ma ancora più spesso accade che i divieti, le regole che mutano in continuazione, non siano nemmeno codificate, non uno straccio di testo che permetta a noi avvocati di poter intervenire, fare ricorso, opporsi. Un’arbitrarietà odiosa e fastidiosa che rende tutti noi cittadini figli immaturi in una grande famiglia dove non è prevista partecipazione alcuna ai processi decisionali.

E’ estate, il G8 della Maddalena è stato spostato all’Aquila; Gilberto Pagani è il presidente del Legal Team Italia, avvocati ed operatori di diritto da sempre impegnati a cercare di limitare soprusi, violenze e la violazione dei più elementari diritti che spesso accompagnano i raduni collegati a questo evento. Per l’arrivo del circo del G8, il Legal Team contatta gli avvocati aquilani. Il giorno della manifestazione conclusiva arrivano colleghi da tutta Italia e rimangono colpiti più di noi per il clima che si vive all'Aquila, con quasi tutti i comitati, le associazioni e le realtà locali che oppongono un brusco stop alle varie forme di protesta, adducendo la giustificazione che ci troviamo in una città ferita e che non è il caso di creare scompiglio e alienarsi le simpatie degli aquilani. Ma alla fine un corteo, imponente e variegato, percorrerà l'unica arteria stradale che da Paganica porta alla Villa dell'Aquila. Organizzato dai Cobas, Rdb-Cub, Rete nazionale No-G8, e con l'adesione di un unico comitato cittadino aquilano: Epicentro solidale. E’ l’inizio. A fine ottobre, il Legal Team è il primo, in Italia, a lanciare il grido d’allarme per lo scempio di una protezione civile che si vuole trasformare in Spa. In un convegno, che si avvale tra gli altri degli interventi del professor Giovanni Incorvati e dell’avvocato Ezio Menzione, (come raccontò il manifesto, unico tra i quotidiani nazionali ad occuparsene) cerca di aprire gli occhi ancora socchiusi degli italiani sul sistema dei cosiddetti grandi eventi, sulle ordinanze e sul paradigma dell'emergenza. Prima che l'inchiesta fiorentina, tramite le intercettazioni, svelerà al mondo i segreti della “cricca della Ferratella”. Il resto…è cronaca giudiziaria.



Ultimo aggiornamento ( giovedì 08 aprile 2010 )
 
Commento di Ezio Menzione alla sentenza d'Appello per Bolzaneto PDF Stampa E-mail
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sabato 13 marzo 2010

 

SENTENZA D’APPELLO SU BOLZANETO

LA VERITA’ TARDIVA

di Ezio Menzione

 

 

Tutti condannati i gli ufficiali, gli agenti e i medici della Polizia Penitenziaria – 32 in tutto - che si resero responsabili delle violenze nella caserma-luogo di detenzione di Bolzaneto nei giorni dal 20 al 22 luglio 2001, nella Genova bloccata per il summit del G8. Trentadue responsabili, ma nessuna condanna concreta perché nel frattempo (sono quasi 9 anni) i reati contestati (lesioni aggravate, abuso d’ufficio, falso) sono andati prescritti: nessuno, dunque, corre il rischio di fare nemmeno un giorno di carcere. Ma la responsabilità generale, e non solo dei singoli, sembra essere stata definitivamente accertata. Tale accertamento comporta anche che tutti i “condannati” debbano rispondere civilmente per i danni subìti dalle moltissime vittime di quegli abusi; già sono state indicate delle congrue provvisionali.

Non si può non essere soddisfatti di questo risultato, tenacemente voluto da molte associazioni e da un gruppo di irriducibili avvocati che in tutti questi anni hanno puntato il dito sulle responsabilità dei singoli e dei capi.

 

Eppure la sentenza lascia anche un po’ di amaro in bocca.

Essa giunge tardi, come si è detto. Tardi rispetto ai tempi della giustizia e ai risultati che essa dovrebbe perseguire.

Ma soprattutto tardi rispetto alla necessità che si avvertiva, all’indomani dei fatti, che i responsabili politici ed operativi di quelle inaudite violenze venissero individuati e rimossi e pagassero per i crimini commessi. Invece, lungi dall’essere rimossi, quasi tutti hanno fatto carriera.

Come è potuto accadere che la prescrizione abbia “cancellato” per molti versi quei fatti?
Innanzitutto vi è una responsabilità generale che sta nel fatto che l’Italia non ha mai voluto introdurre nel proprio codice penale il reato di tortura (“trattamenti inumani e degradanti”di persone sottoposte). Nonostante che il nostro paese abbia sottoscritto la convenzione internazionale contro la tortura, poi non le ha mai dato attuazione pratica inserendo nel nostro ordinamento lo specifico reato. Ci si avvicinò durante il governo Veltroni, e la relativa legge venne calendarizzata in aula, ma poi il governo fu travolto e non se ne fece più di nulla. Se avessimo il reato di tortura, esso sarebbe stato sicuramente applicato nel caso di Bolzaneto e un reato così grave non si sarebbe prescritto.

 

Vi è poi la responsabilità di chi per anni ha coperto gli aguzzini di Bolzaneto rendendone difficile l’identificazione: basti ricordare come la polizia tergiversò nel ricostruire gli elenchi degli agenti presenti e come, alla richiesta di inviare le foto dei presenti per consentire i riconoscimenti, rispose mandando fotocopie delle foto dei tesserini, vecchie di anni e dunque inservibili. A tacere del fatto che, comunque, le vittime di Bolzaneto erano state sempre tenute con la testa bassa proprio con lo scopo che, in futuro, non riconoscessero nessuno. Onestamente, bisogna spendere – una volta tanto – una parola di elogio nei confronti dei PM che, nonostante tutte queste avversità, hanno tenuto duro nel costruire e provare l’accusa.

 

Ulteriore rammarico sorge perché si è risaliti solo a due responsabili intermedi, senza volere andare più in su. Episodi gravissimi come la sospensione di ogni diritto per i reclusi di Bolzaneto non avvengono senza il consenso preventivo e successivo dei gradi superiori. Peraltro presenti in molti momenti nella caserma. Basti pensare che dalla caserma transitò anche l’allora Ministro della Giustizia, il leghista Castelli. Nessuno si accorse di nulla? Oppure tutti approvavano e coprivano?

 

Ma forse, a guardare poi bene, non è mai troppo tardi per una sentenza come questa, che ripristina il valore dei diritti fondamentali dei cittadini (tanto più quando sono “in mano” all’autorità costituita e dunque intoccabili). Oggi il ricordo di quelle orribili giornate è un po’ svanito e la sentenza stessa ha avuto scarsa eco sulla stampa e in TV. Ma chiunque, in futuro, vorrà ricostruire quelle giornate non potrà non tenerne conto. Soprattutto dovrebbe servire da monito e minaccia a chi intendesse in futuro compiere simili abusi.

Essa, per esempio,dovrebbe costituire – se fossimo in un paese civile – un incentivo a riproporre e approvare la legge sul reato di tortura.

Inoltre, questa sentenza va letta con quella napoletana del mese scorso che condanna per sequestro di persona agenti e ufficiali che a marzo del 2001 – e dunque tre mesi prima del G8 genovese, rispetto a questo quasi una prova generale – si comportarono a Napoli come i condannati genovesi a Bolzaneto.

Ora aspettiamo l’ultimo atto: che sia fatta luce e vengano individuate responsabilità anche per il macello della scuola Diaz. La sentenza d’appello è attesa per questa primavera. Dopo di che potremo dire che, nonostante incertezze ed errori (pesanti condanne del tutto ingiustificate per alcuni manifestanti; nessun responsabile in alto loco indagato e condannato), alcuni episodi di quei tragici giorni sono stati ricostruiti correttamente.

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( sabato 13 marzo 2010 )
 
il manifesto - 11/11/2009 - articolo sul convegno dell'Aquila del 30/10/2009 PDF Stampa E-mail
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giovedì 12 novembre 2009

di Eleonora Martini - INVIATA A L'AQUILA

Terremotati come cavie

L'Aquila, un laboratorio per la legislazione d'emergenza. La palestra per i nuovi poteri della Protezione civile

Non solo L'Aquila, certo. Prima c'erano stati i rifiuti in Campania, la sicurezza nelle strade, il pericolo "zingari", gli incendi boschivi, il terrorismo e la «crisi internazionale dovuta alla guerra in Iraq». Poi si era replicato a Palermo, e pure a Viareggio. Ma L'Aquila è stata ed è tuttora un laboratorio, un campo di sperimentazione per affinare i poteri e la legislazione dell'emergenza. In modo che, in futuro, con un salto di qualità che superi le limitazioni temporali, si possa utilizzare lo stesso schema di governo per gestire le centrali nucleari, ad esempio, o qualsiasi altro luogo si voglia definire «strategico». Per riflettere sul paradigma dell'emergenza e sulle limitazioni della libertà imposte nelle fasi emergenziali, sulla militarizzazione dei territori e sui nuovi poteri della Protezione civile - cominciando dal "modello L'Aquila" - si sono incontrati nel capoluogo abruzzese giuristi ed esperti, docenti, magistrati e avvocati per il convegno «Ricostruire nella democrazia, ricostruire la democrazia», organizzato dall'associazione Legal Team Italia (Lti).

È l'avvocato Gilberto Pagani, presidente di Lti, a dipanare il filo del discorso. In principio, fin dall'11 settembre 2001, l'emergenza era securitaria. E in suo nome tutto poteva essere giustificato: «Procedure legali che venivano soppiantate da procedure sommarie» in «esenzione e in deroga dei diritti dei cittadini». Nel novembre 2007, per esempio, ricorda Pagani, il governo di centrosinistra decreta lo stato di emergenza nazionale per la questione "zingari". Rom e sinti in Italia ce ne sono da sempre, la maggior parte non è straniera. Eppure con il pacchetto sicurezza e il ddl Amato si procede a legiferare per fronteggiare la "crisi", si militarizzano i campi e si affida alla Croce rossa un ruolo inedito, quello del censimento e della schedatura di tutti i "nomadi". Allo stesso modo è stato trattato il problema dei rifiuti a Napoli e a Palermo, trasformando una situazione certamente gravissima che però poteva essere affrontata con misure ordinarie in un fenomeno emergenziale, militarizzando i siti e, in deroga alle leggi vigenti, proibendo l'esercitazione dei diritti fondamentali come quello di manifestare, o bypassando i limiti ambientali e paesaggistici di pianificazione e di difesa del suolo. Un precedente di «giurisdizioni parallele», di «eccezioni permanenti nell'ordinamento giuridico». Poi, «l'estendersi di norme che limitano i diritti e le libertà ha creato la crescita di reati legati alle proteste e alle manifestazioni», spiega ancora Pagani.

Ma è con il terremoto dell'Aquila che viene fornita una splendida occasione: si tratta in questo caso di un'emergenza reale, di una calamità naturale vera, forse l'unica tra tutte che «per intensità ed estensione» poteva effettivamente dover essere «fronteggiata con mezzi e poteri straordinari», come prevede al punto C) l'articolo 2 della legge 225 del 1992 che regolamenta il corpo della Protezione civile, fondato nel 1988. Negli altri casi, come fa notare Ezio Menzione, presidente della Camera penale di Pisa, si rientrava piuttosto nelle altre due tipologie definite dalla legge: «eventi connessi con l'attività dell'uomo» che possono essere «fronteggiati in via ordinaria» mediante «interventi attuabili dai singoli enti e amministratori competenti» (punto A), o da più enti e amministratori coordinati (punto B). «L'intervento della Protezione civile così come lo vediamo oggi, che sbaraglia enti e rappresentanze, - puntualizza Menzione - dovrebbe essere limitato all'ipotesi C): calamità naturali, catastrofi o altri eventi che per intensità ed estensione debbano essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari». Ma così non è: negli ultimi 10 anni la Protezione civile ha avuto la gestione di ben 592 stati d'emergenza dichiarati.

Occasione d'oro, dunque, il terremoto in Abruzzo per poter mettere a frutto il ricorso al sistema dell'emergenza consentendo due risultati principali: «poter derogare alle leggi vigenti attraverso atti di governo e ordinanze (per l'emergenza terremoto sono 36) non sottoposte a vaglio del legislatore e non controllate», e poter «fare emergere la volontà dell'esecutivo e imporla». A L'Aquila, dal 6 aprile - come hanno testimoniato anche Stefano Frezza di Epicentro solidale e l'ingegnere Annalisa Taballione, del Collettivo 99 - si è potuto assistere alla costruzione di una sorta di «stato nello stato». «Non ci sono gli stessi diritti e le stesse leggi che valgono altrove. Sembra piuttosto un territorio in guerra, sottoposto a una sottrazione quotidiana di spazi e libertà di parola e di movimento - accusa l'avvocata Simona Giannangeli che difende alcuni familiari delle vittime della Casa dello studente - con una lenta erosione dei poteri decisionali delle comunità e degli enti locali, esautorati e costretti a sentirsi stranieri nella propria terra». Disapplicando completamente la legge istitutiva della Protezione civile che nella prima parte affida all'organizzazione il principale compito di prevenzione delle calamità e di informazione della popolazione sui rischi e sui piani di evacuazione, in 36 ordinanze il commissario straordinario Guido Bertolaso, sottosegretario alla Protezione civile («figura che nella legge istitutiva del '92 non meritava nemmeno la maiuscola», sottolinea Menzione) ha plasmato invece il futuro della città, del suo tessuto urbanistico e sociale. Ma la vita quotidiana dei cittadini terremotati è stata trasformata e limitata ogni giorno senza alcun atto scritto, nella più completa insindacabilità e discrezionalità politica e senza la possibilità di chiedere giustizia di fronte alle competenti autorità giudiziarie: «Ogni giorno nuovi divieti, nuovi orari, nuove zone rosse, nuovi passaggi, e tutto senza fonti normative a istituirli - racconta ancora Giannangeli -: in questo modo la violazione delle libertà individuali e dei diritti è stata ed è totale». Per decreto della presidenza del consiglio dei ministri, l'emergenza istituita il 6 aprile a L'Aquila cesserà il 31 dicembre 2010. La Protezione civile invece cesserà la sua opera di soccorso alla fine del 2009 lasciando molte patate bollenti nelle mani degli enti locali, ma la legislazione d'emergenza durerà un altro anno ancora.

Violando molti articoli della Costituzione, come ha spiegato Giovanni Incorvati, docente di diritto costituzionale alla Sapienza, la gestione dei soccorsi e della ricostruzione post terremoto ha impedito la partecipazione della popolazione alla gestione dell'emergenza. «No people, no landscape - cita il Consiglio d'Europa, il professor Incorvati - se non c'è la popolazione, se la si cancella dalla partecipazione alla vita pubblica o la si obbliga all'esodo forzato, non esiste più nemmeno il paesaggio».

Ultimo aggiornamento ( lunedì 16 novembre 2009 )
 
Ezio Menzione G8 di Genova: una gragnuola di anni di carcere per alcuni dimostranti PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
mercoledì 14 ottobre 2009

Un commento dell'avvocato Ezio Menzione sulla recente sentenza contro 24 manifestanti .

Sentenza di appello della Corte d'Appello di Genova contro 24 dimostranti che nei giorni del G8 genovese erano scesi in piazza contro gli 8 capi di stato. 24 supposti black block, secondo l'accusa che per tutti loro ha sempre sostenuto che sarebbero stati colpevoli di devastazione e saccheggio, reato punito con la pena da 8 a 15 anni.

Per 10 di loro, già riconosciuti colpevoli in primo grado, le pene sono state addirittura aumentate (per 3 fra questi l'aumento è stato di 2, 3 e anche 5 anni, arrivando così al massimo di 15; per gli altri vi è stato un "ritocco" di qualche mese verso l'alto). Per 11 imputati, che avevano riportato pene miti, ma per i quali l'accusa aveva interposto appello, si è dichiarata la prescrizione (che una volta tanto non serve solo ai poliziotti aguzzini di Bolzaneto o ai massacratori della Diaz); 2 sono stati assolti; per uno è stato annullato l'intero giudizio. Fortunatamente ha resistito il punto più importante e positivo della prima sentenza: il comportamento dei dimostranti in via Tolemaide, anche se fu violento, fu giustificato dalle cariche dei carabinieri, del tutto illegittime e ingiustificate. A fronte di questo unico dato positivo, sta la gragnuola di anni per un reato che, nella sua materialità, è reato contro le cose, non contro le persone e che per ciò stesso dovrebbe essere riguardato (ed in effetti è considerato dal sentire comune) meno grave dei reati contro la persona (stupro, omicidio ecc.). Invece qui si è andati giù con una durezza "esemplare": pene da omicidio volontario. Tralasciamo qui di rilevare quanto già scriveva Beccaria nel ‘700: comminare pene così severe da andare vicino a quelle per i reati più gravi induce fatalmente a commettere questi ultimi: se devo rischiare così alto, tanto vale! L'esito di questo appello colpisce soprattutto perché giunge ad una settimana di distanza dall'assoluzione dell'allora Capo della Polizia De Gennaro: istituzionalmente il massimo responsabile per ciò che accadde a Genova in quei giorni. E che a Genova l'ordine pubblico non lo si seppe (o non lo si volle) tenere ed i responsabili di esso portino grosse colpe non siamo noi a dirlo, bensì la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che proprio in questi termini si è espressa in una sentenza del luglio scorso. Ma De Gennaro non solo non fu indagato né ha mai pagato per queste gravi responsabilità, ma è stato assolto anche dall'accusa, provata quanto meno su una base logica, di avere indotto alcuni testimoni eccellenti a dire il falso davanti ai magistrati per attenuare le responsabilità della polizia. Di ciò, infatti, questi si erano vantati in telefonate casualmente intercettate. Due pesi e due misure, si usa dire in questi casi. Durissimi coi dimostranti; miti, comprensivi, indulgenti e garantisti con le forze dell'ordine, qualunque crimine, anche gravissimo, esse compiano. E' vero, è proprio così, è quasi sempre così. Ma qui vi è di più. Vi è il tentativo di riscrivere nelle aule di giustizia la storia di quelle giornate addossando ai manifestanti le responsabilità e sollevandone le forze dell'ordine, in ogni ordine e grado: i gradi superiori non sono stati nemmeno chiamati a rispondere, quelli intermedi sono stati assolti, quelli più bassi hanno riportato (neanche sempre) pene mitissime e si avviano verso la prescrizione. Eppure le immagini di quelle giornate le abbiamo ancora davanti agli occhi: le violenze di alcuni dimostranti sono state sempre contro le cose, i beni; quelle delle forze dell'ordine sempre contro le persone, spesso inermi, spesso innocue, spesso addirittura già nelle mani di chi avrebbe dovuto custodirli senza torcergli un capello. Avete ancora negli occhi le immagini dei poliziotti che massacrano i dimostranti della Rete Lilliput, quelli con le mani tinte di bianco in Piazza Manin? Ve li ricordate ammassati impauriti in un angolo della piazza? ve li ricordate pesti e sanguinanti sotto i manganelli della polizia? Un'altra sentenza emessa a Genova la settimana scorsa ha stabilito che quei dimostranti, aggrediti dalla polizia che intanto lasciava che i veri black block si allontanassero indisturbati, sono colpevoli di avere intralciato il buon lavoro delle forze dell'ordine. Il prossimo 20 ottobre ci sarà l'appello contro la sentenza di Bolzaneto e il 20 novembre quello per i fatti della Diaz. Se piove di quel che tuona, agli aguzzini e ai massacratori daranno un premio.


Ultimo aggiornamento ( mercoledì 14 ottobre 2009 )
 
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